Antologia critica di Franco Migliaccio:
Marina De Stasio Presentazione in catalogo, Centro Culturale Bertolt Brecht, Milano 1996 (“Giorni senza luce”); Centro Culturale Cascina Grande, Rozzano 1997 (“Luoghi di realtà, di memoria, di fantasia”).

Un cielo nero, che si oppone allo sguardo come un muro invalicabile, chiuso come un coperchio a schiacciare ogni speranza di evasione: un cielo che non è spazio senza limiti dove vagare col pensiero, ma barriera che inesorabilmente preclude il respiro della libertà. Il paesaggio di questi dipinti di Franco Migliaccio, che a prima vista può apparire oggettivo, è in realtà uno spazio mentale e simbolico: è un’immagine che rappresenta visivamente, materialmente, un modo di sentire la nostra epoca, il mondo in cui viviamo.
Ispirato alle distruzioni che le cronache della guerra di Bosnia ci hanno reso familiari, ma al tempo stesso nutrito della memoria di tanti luoghi caratteristici del paesaggio italiano, di quei villaggi arroccati sulle colline dell’Appennino, con i muri dal colore caldo, di pietre e terra, questo paesaggio interiore è una distesa di rovine. Case diroccate, squarciate, che mettono a nudo gli interni con i diversi colori delle tappezzerie, con i pochi mobili che sono ancora aggrappati a ciò che resta della casa, che non sono stati travolti e portati via dalla distruzione. A noi di Milano ricorda le immagini della casa devastata da un’esplosione in viale Monza, ci siamo passati davanti tante volte, oppure le case di Pavia abbattute dal crollo della torre in piazza del Duomo: ritroviamo le sensazioni che quelle visioni ci hanno dato, l’imbarazzo, l’impressione di impudicizia di questi spazi destinati ad essere protetti nell’intimità della casa, e improvvisamente resi pubblici, offerti agli occhi curiosi di tutti i passanti.
Case vuote, disabitate, tetti crollati, finestre cieche, ovunque le tracce di una devastazione che non ha senso. Si pensa, inevitabilmente, ai versi di Ungaretti: “Di queste case/non è rimasto/che qualche/brandello di muro/Di tanti che mi corrispondevano/non è rimasto/neppure tanto/…E’ il mio cuore/il paese più straziato”.

Per questo ciclo di opere che invitano a riflettere sulla realtà del nostro mondo contemporaneo, a vedere il silenzio, il vuoto che si nasconde sotto l’apparente pienezza di cose e parole da cui siamo circondati, quasi assediati, Migliaccio ha elaborato un linguaggio espressivo che per lui è nuovo, ha addirittura creato una materia nuova che è insieme plastica e pittorica: un collante per pavimentazioni, un materiale denso che può essere lavorato a rilievo o in stesure lisce, che permette di modellare e dipingere al tempo stesso. Il colore è per lo più contenuto dentro questa materia, a volte è sovrapposto in stesure successive, ma è per lo più ridotto all’essenziale: un colore non colore, che è quello della terra, dei muri, delle travi, che si stende quasi omogeneo su tutto il panorama delle rovine, interrotto da pochi, misurati tocchi di verde o di azzurro.
In questo modo l’artista supera, ma non rinnega l’esperienza di pittura iperrealista che ha vissuto fino a pochi anni fa: anche se sono immagini di distruzione, la composizione è saldamente costruita, il disegno è sicuro, senza sbavature, i ritmi e i rapporti tra i volumi architettonici danno una sensazione d’insieme armonica ed equilibrata. Sia nelle vedute riprese dall’alto, come se l’artista avesse le ali per sorvolare lo spazio, sia in quelle frontali, colte invece da un punto di vista fortemente ribassato, il mestiere della pittura, le regole della prospettiva e delle proporzioni sono rispettate, anzi esaltate, e questo va sottolineato in un’epoca in cui la cattiva pittura e il cattivo disegno sembrano a volte essere considerati un titolo di merito.

Di particolare interesse e novità sono le opere più recenti, ispirate alla tradizione della pittura dei capricci, che grande moda ebbe dal Settecento in poi: rovine verosimili, ma del tutto immaginarie, un paesaggio che non è rappresentazione ma pura invenzione, dominato dal gusto del pittoresco. Le rovine di oggi sono queste: non colonne mozzate, capitelli abbattuti, templi interrotti tra cui si aggirano capre e pastorelli, ma muri franati, facciate cadute, interni aperti come in un tragico fondale di teatro. Il clima un po’ metafisico, un po’ irreale di questo paesaggio è dato dal muoversi delle architetture in rapporto con le linee del rilievo collinare, e dalla luce che rischiara e mette in evidenza questi luoghi veri, anche se inventati: una luce irreale che non viene certo dal cielo nero, non è luce di sole né lume notturno, è una luce, potremmo dire, di verità, di rivelazione.
Dell’iperrealismo si mantiene la precisione, l’apparente oggettività, il tono documentario, il modo di guardare le cose che è diverso, alternativo, rispetto a quello comune, ma c’è adesso nell’artista l’esigenza di un maggiore coinvolgimento, il bisogno di essere dentro la materia, dentro il dramma che si consuma, non solo spettatore ma partecipe, contemporaneamente testimone e protagonista di un processo di distruzione che tuttavia non può negare l’esistenza di un’architettura, di un complesso di forme che nel tempo sono durate, che nel tempo si potranno ricostruire a formare un nuovo tessuto della convivenza.
Jacqueline Ceresoli Da “Terzo Occhio”, n. 81, 1996

“Giorni senza luce” è l’inquietante titolo scelto per la personale di Franco Migliaccio (1947) d’origine calabrese come Umberto Boccioni, i due conterranei che hanno trovato a Milano la loro “città che sale”. Con il padre del Futurismo, Migliaccio ha in comune non solo le radici della Magna Grecia, ma soprattutto i suoi ultimi soggetti dedicati a città e visionari paesaggi di periferie degradate di eco sironiano.
Dopo gli esordi come iperrealista, Migliaccio attualmente propone immaginifiche rovine di posterità: città spettrali, quasi riprese dall’alto a “volo d’uccello”, che consentono all’artista di trasformarsi in un inviato speciale, o fotoreporter di prospettive e paesaggi all’apparenza oggettivi ma in realtà soggettivi.
Così egli costruisce “sur-realtà” caricando l’effetto scenografico come ideali sfondi per ambientare i nostri incubi quotidiani, nonché le proiezioni di un futuro già presente.
Nei suoi angoscianti ambienti da thriller metafisico dimora il vuoto e rimbomba l’eco di enigmatici interrogativi sul destino collettivo. Il suo sguardo denuncia le troppe immagini di violenza e di guerre trasmesse dalla Tv e pubblicate dovunque per mettere a fuoco luoghi mentali progettati come mutanti analisi prospettiche di futuri anteriori, caratterizzati da una dinamica futurista abbinata ad un espressionismo cromatico, attraverso un pigmento denso e al tatto materico che diventa veicolo di espressione emotiva.
Per le sue case, periferie, aree dismesse lacerate, forse dagli eccessi del progresso postmoderno, Migliaccio sceglie una tavolozza dai toni bruni, inquinati, intrisi di marroni cupi, neri e grigi in contrasto con violente esplosioni di rosso dei tetti semidistrutti; elabora un colore stratificato su tela a guisa di mattoni per strutturare quei suoi complessi diroccati di rovinose metropoli di contemporaneità.
Mauro Corradini Da “Brescia oggi”, 27. 09. 1997. Recensione della mostra “Le città dell’oblio”, Spazio espositivo dell’ex-chiesa dei Martiri Giacomo e Filippo, Brescia, 1997

…Legato alle concezioni narrative della stagione della nuova figurazione, sviluppa il suo percorso sul tema della città. Per documentare la città contemporanea, il pittore si muove sulla dimensione metaforica delle città del dopoguerra, quando le macerie della distruzione appaiono come l’aspetto caratterizzante ed emblematico: strade e vie ridotte a cumuli di macerie, i colori ispessiti nel bruno, la pittura (che recupera l’Informale) materica, a tradurre inquietudini ed emozioni.
Una desolazione, un deserto di uomini, dove nemmeno il cielo, così cupo e basso, riesce ad alleggerire il disagio, la tensione, l’impatto emotivo. La stessa ossessività narrativa, definita dall’inseguirsi di opere aventi il medesimo tema, traduce la dimensione complessiva del pittore milanese, dimensione emotiva e metaforica di una realtà negata, quella del “Le città dell’oblio” che caratterizzano il nostro inquieto vivere contemporaneo…
Mimmo Di Marzio Presentazione in catalogo, Galleria Obraz, Milano, 2002

“Giorni senza luce” sono quelli che vegliano le città-necropoli di Franco Migliaccio, il cui percorso di pittore ha sempre continuato a viaggiare in brillante parallelismo con quello di docente e critico d’arte.
Un viaggio ricco di suggestioni, quello in cui ci conduce l’artista calabrese (ma milanese d’adozione), un viaggio figurativo dove il realismo prorompente delle sue grandi tele e tavole è soltanto apparenza. Un pianeta, anzi un universo di rovine e distruzione che si ripete con un ritmo e una ripetitività quasi ossessiva dove le officine abbandonate e i ruderi di case devastate dalla furia del destino riflettono drammaticamente il dilemma dell’esistenza umana.
Realismo apparente si diceva. E invero i funesti paesaggi che Migliaccio “filma” dall’alto costruendo materiche monocromie hanno un’anima espressionista che richiama più certe desertificazioni del grande tedesco Anselm Kiefer e non una pittura che, in tempo di guerre vecchie e nuove, potremmo definire cronachistica.
Quelli di Migliaccio sono paesaggi più mentali che fisici, una discesa nell’inconscio in cui il pittore mette a nudo l’impotenza dell’ “homo faber” di fronte al deserto, appunto, della sofferenza, della solitudine e della morte. Una disperazione che solo a tratti, quando Migliaccio osa con il colore o introduce surreali (ma ironici) inserimenti naturalistici come un’inaspettata mareggiata, viene mitigata dal tiepido soffio della nostalgia.
Ma le macerie e la polvere di un’esistenza effimera non impediscono un moto di romantica ribellione contro quella natura matrigna che l’uomo -di cui l’artista è messaggero spirituale- riesce a dominare con l’illusione poetica. Che, nell’opera di Migliaccio, è tutta nel segno forte e nella materia sabbiosa e carica di pathos.
Alessandro Mendini In “Alessandro Mendini, Scritti”, Fondazione Ambrosetti Arte Contemporanea, a cura di Skira, Ginevra-Milano, 2004

Parlo volentieri della pittura di Franco Migliaccio. A lui devo le più precise edizioni della mia poltrona “di Proust”, l’elaborazione di textures per vari miei oggetti, fino ai recenti mobili che contengono dei vuoti dove collocare le sue stesse visioni.
Questo vuol dire che la pittura di Migliaccio è integrabile nel progetto di design, ha un grado di complessità e di adattabilità che esula dal normale istinto della sensazione pittorica.
La pittura di Migliaccio si basa su una tecnica perfetta e implacabile, che restituisce una “oleografia”, o meglio una “acrilicografia” unificante, che fa da stile alla sua triplice vocazione di pittore, di illustratore e di decoratore.
Lo spettro dei temi e delle visioni elaborate è molto vasto.
All’inizio un aspro realismo con duri contenuti umani e sociali.
Poi interventi mutuati dal manifesto pubblicitario.
E il fumoso iperrealismo dei temi del jazz.
E le tele fredde e luminose dei camion americani.
E l’erotismo poetico e sottile di giovani ragazze minuziosamente copiate contro divani, fondali e scenari di natura.
E i grossi ritratti di noti personaggi sullo sfondo surreale di città utopistiche elaborate dai progetti di Alchimia.
E la grande iconografia descrittiva, l’epopea di Gheddafi miniaturizzata nell serie di francobolli per la Libia.
Questi interessi molto aperti raggiungono la sintesi attraverso un altro elemento unificante tipico di Migliaccio, quello della vocazione al “mestiere”. La bottega del pittore storico mista a quella del designer sono lo strumento, la qualità fisica che permette a questo artista di indagare nel suo mondo di moderno visionario.
Sonia Paini Presentazione in catalogo. Personale presso la Galleria “Lo Spazio” (“Dintorni”), Brescia, 2007

Non ci può essere modernità senza ritorno all’origine”. (E. Schiele)

Cascine di un tempo passato e, sulla strada dell’aia , i segni delle ruote e l’erba, vita che si rinnova accanto a vecchi edifici in disfacimento. Il rosso di un tramonto nel grigio delle fabbriche, nel grigio dell’alienazione. E nella materia che dà corpo vive l’autore; lì nasce lo stato d’animo.
Franco Migliaccio nelle sue opere dà spazio ad un tempo che muta, dà tempo ad uno spazio che si rinnova sulle macerie del passato, sulle carcasse delle vecchie poltrone (simbolo di raccoglimento, di intimità familiare) abbandonate nelle discariche. Nelle vecchie cascine il tempo è trascorso, nello sguardo di qualcuno permane la memoria mentre siamo in corsa tutti giorni, alla rincorsa di un tempo veloce che, pur essendo moderno, oggi è già passato.
Il contemporaneo rischia di dimenticare il proprio vissuto, il moderno soppianta ogni istante il moderno a tal punto da apparire già passato, perché sembra forse già esaurito.
Ma è invero nel passato che si rinnova e si impara la dignità del proprio essere.
Memoria, quindi, e cultura. Memoria come possibilità per la cultura. L’autore dipinge moderne città raccontando la magia della fecondazione tra passato e presente e nei silenzi di questi paesaggi, la prospettiva classica riemerge prepotentemente come il sentirsi, in qualche modo, figlio di un tempo che rintraccia la poesia nell’immagine intima di un’archeologia urbana e industriale, fatta di grigi che si scaldano in colore.
Quando poi l’artista fotografa un tratto di strada in automobile, l’osservatore diventa più che mai narratore soggettivo. Rimane il dubbio di cosa si riveli dietro la grande curva, dietro i lavori in corso. E’ questa una pittura che si plasma dove ha fine la fotografia.
I dettagli iperrealisti riemergono insistenti, a testimoniare le precedenti esperienze pittoriche. Le opere prendono in effetti origine dalla fotografia, tuttavia non si può dire che siano delle istantanee, almeno non nell’effetto finale. La fredda visione oggettiva iperrealista qui è persa a vantaggio di una visione soggettiva perché plasmata dalla materia. All’Iperrealismo freddo, asettico, si sostituisce questa materia che vibra, pulsa, terza dimensione che fa toccare le corde dell’anima dell’autore.
In questo “realismo urbano” il gesto pittorico è protagonista, emerge con forza. Migliaccio ritrova anche nelle ultime opere il bisogno di accostarsi nuovamente alla materia calda: la materia che consente all’artista di avvicinarsi in modo intimo alla realtà che egli vuole rappresentare. Ecco perché la consistenza dei muri, plasmati di calce e mattoni, giunge ad essere la stessa che si ritrova nella realtà quotidiana. La pennellata forte, carica e vigorosa diventa così sporca di calcinacci e ruderi. E i muri sono così palpabili.
Intanto, il dramma che si svolge tra le case divelte, violentate, fatiscenti sviluppa una pittura anch’essa tragica eppure viva.
Le luci del contemporaneo e del tecnologico, le icone del quotidiano assumono tratti immancabilmente pop. L’attenzione per immagini e scritte provenienti da contesti urbani o extra-urbani, l’occhiata all’insegna di Mc Donald’s concentra pure l’attenzione su una cultura di massa americanizzata nelle abitudini il cui motto è ben rispecchiato dall’insegna “guidi, prendi, vai”, anche se l’uso raffinato della luce incide in maniere lirica sugli elementi compositivi e nasce una poetica che è più vicina ad artisti come Hopper.
È naturale infine chiedersi se ci sia in Franco Migliaccio una sorta di nostalgia bucolica. La risposta sta probabilmente, come sempre, nel mezzo: accanto alla malinconia e alla nostalgia delle origini convive la rassegnata capacità di accettare l’istante così com’è; tuttavia il valore arcaico non trova una soluzione alternativa nel quotidiano, e non resta al pittore altro se non l’analisi attenta che, attraverso l’attenzione per il dettaglio, diventa denuncia ed evidenzia la drammatica spersonalizzazione della condizione attuale. Dice l’autore: “In questo periodo di degrado ambientale e culturale, se noi smarriamo il senso dell’uomo, il senso che compete all’uomo, allora avremo perso la battaglia per la civiltà, per il futuro”.
Anche in questo senso fa pensare l’assenza della figura umana. L’uomo c’è, ma è l’osservatore, l’astante; è attore non protagonista, eppure suoi sono il punto di vista e la regia. Tuttavia egli non appare raffigurato.
Nelle strade si sfiorano queste vite chiuse nei motori. Soltanto nel buio di un capannone, dove filtrano dalle finestre distrutte i raggi del sole, sembra posare, o forse risvegliarsi, la sensualità di una giovane donna, novella Eva, sopravvissuta all’apocalisse nel caos metropolitano.
Franco Migliaccio: Cell. 347/9723288
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